Prologo

Gli evidenziatori no.

La cartellina con i ritagli di giornale sì.

Le penne con il logo aziendale e il puntatore laser incorporato no.

La rana peluche portafortuna sì.

Il planning settimanale con gli appunti a penna no.

Una scatola di biglietti da visita, be’, sì. Almeno per ricordo.

Svuotare la propria scrivania in ufficio era come decidere cosa portare sull’arca di Noè. Dei quattro anni di lavoro lì dentro cosa voleva salvare?

Lo scatolone di cartone era già abbastanza pieno. Ricontrollò i cassetti uno ad uno: vuoti.

Aprì le ante dell’armadio. Dentro, pesanti faldoni su cui spiccavano etichette un po’ sbiadite. Campagna distributori 2002. Sviluppo nuovo Database 2003. Fiere Italia. Fiere Estero. Fornitori. Budget 2002-2004. Aveva archiviato le informazioni più utili su un cd, forse un giorno le sarebbero servite.

Sul fondo del ripiano trovò una busta grande. La aprì. Erano le fotografie della convention aziendale di due anni prima, a Giardini Naxos. Un week-end in uno splendido hotel, tutti i partecipanti ne erano rimasti entusiasti. Alla fine dell’evento il Presidente l’aveva ringraziata pubblicamente, una bella soddisfazione. Prese la foto in cui riceveva le congratulazioni del capo e la infilò con cura dentro una cartelletta trasparente.

Controllò per un attimo le directory del computer. Non c’era niente di personale, aveva cancellato tutto. Selezionò la funzione Arresta il sistema, aspettò che lo schermo diventasse nero e con un gesto deciso spinse lo sportello verso il basso.

Nel silenzio poteva sentire il rumore delle auto che sfrecciavano in tangenziale. Sembrava un giorno di sole come tanti altri, invece no. Ancora pochi minuti e sarebbe cambiato tutto.

Allontanò la poltrona a rotelle dalla scrivania e si diresse verso l’ufficio di Sonia, la sua ex segretaria.

Sonia era commossa. Forse in tutti quegli anni l’aveva sottovalutata. Aveva sempre pensato che fosse un po’ troppo modesta, ma in fondo era stata una collaboratrice discreta e affidabile. Non erano queste le migliori doti di una brava assistente?

«Dottoressa, la posso abbracciare?»

«Oh, sì, certo.» si sentì rispondere automaticamente. Era la prima volta che i loro corpi si toccavano e, nonostante l’imbarazzo, a Silvia sembrò la cosa più naturale del mondo. Forse in un’altra vita avrebbero potuto essere amiche.

«In bocca al lupo, Sonia. Spero che il suo prossimo capo sia bravo quanto me. Ma credo sarà difficile.» scherzò strizzandole l’occhio.

Sonia rise e tirò verso il basso il maglioncino di lana.

«Sarà difficile.» ripeté già seria.

Tornata nella sua stanza, si guardò un’ultima volta in giro.

Ecco cosa stava dimenticando. Sulla bacheca di sughero era rimasta una cartolina rosa, che lei stessa aveva appeso qualche tempo prima. La scritta recitava: “Non ti sto dicendo che sarà facile. Ti sto dicendo che ne varrà la pena.”

Sorrise. La staccò dal muro, la buttò nello scatolone insieme alle altre cose e si diresse verso l’uscita.

Mentre camminava lungo il corridoio, poteva vedere cosa accadeva dentro gli uffici posti ai lati del percorso. Le ragazze dell’amministrazione al telefono, due commerciali con la tazza del caffè sulla scrivania, Rossitto, il responsabile di produzione, in piedi vicino alla porta con la faccia di quello che aveva sempre saputo che sarebbe andata così.

Tra poco tutte queste persone sarebbero uscite dalla sua vita, così come gli automatismi del mattino, la riunione del lunedì, la mano che apriva i cassetti sapendo sempre cosa trovarci, l’odore dei cataloghi appena stampati.

Pasquale, il portiere, le si fece incontro per aiutarla e spalancò la porta a vetri.

«Dottoressa, lasci, faccio io.»

Silvia gli cedette volentieri lo scatolone e lui la scortò fino al bagagliaio, dove ripose premurosamente quel peso. Poi chinò il capo e sbatté i tacchi delle scarpe.

Sembrava una recluta che salutasse un anziano generale prossimo alla pensione.

Adesso che ci pensava, Pasquale era stata la prima persona che l’aveva accolta in azienda, il giorno del colloquio. E oggi sarebbe stata l’ultima a salutarla.

«Se posso permettermi, in bocca al lupo, dottoressa.»

«Anche a lei.» rispose Silvia di slancio. Pasquale era sempre stato un brav’uomo.

Gli diede le spalle e aprì la portiera ammaccata della sua vecchia Lancia Ypsilon. Il giorno prima aveva restituito l’Audi aziendale. Si sarebbe abituata a fare a meno dei sedili riscaldati e dei cerchi in lega.

Prima di accomodarsi al posto di guida lanciò un ultimo sguardo alla facciata del palazzone che ospitava l’azienda. La luce bassa del tramonto ne faceva risplendere le finiture in acciaio satinato, conferendogli tutto l’aspetto di una visione nel deserto.

Pasquale sparì dietro la porta a vetri, Silvia salì in macchina e mise in moto in direzione tangenziale.

Dallo specchietto retrovisore, quella che per quattro anni era praticamente stata la sua seconda casa appariva sempre più distante, piccola come un francobollo su una lettera.

Era stato il suo ultimo giorno di lavoro lì dentro.

Silvia si sentiva come un’acrobata che si lanciasse senza rete di protezione: coraggiosa, capace, ottimista. E tuttavia con quel fondo di ansia indispensabile per avere timore del salto e farlo riuscire.